Patrizio Francini

di Giorgio Sambonet

 

Dalle forme primitive dell’uomo con le loro originali suggestioni alle astrazioni spaziali dei novelli argonauti del cielo, Patrizio Francini, deriva l’ispirazione e l’impulso a creare, senza imitazione, le sue raffinatissime ceramiche. Questo impulso gli viene da quella energia vitale che lui si sente scorrere dentro, da sempre, come un’insopprimibile necessità da esprimere. Religione alla ricerca della verità, della gioia, della liberazione. E’ zen. Raku, in lingua giapponese, significa questo.

Dal XVI secolo queste ceramiche, altissima espressione artistica legata alla filosofia zen, traggono la loro affascinante e improvvisata bellezza della libertà da qualsiasi vincolo, dalla loro indipendenza da qualsiasi mortificazione o difetto. La materia prima delle ceramiche raku è l’umilissima argilla che le mani e il fuoco compongono, poi, il miracolo. Ma occorre una fede.

Opera di PatrizioI forni per la cottura, Patrizio se li è costruiti da sé. Nell’emozione creativa che vive ogni giorno, il giovane artista di Cannobio, come un sacerdote antico, libera la sua immaginazione, si affida alla devozione verso il creato, e ogni suo gesto, ogni pensiero si volgono, “da sempre”, alla ricerca di “quello che non sa”, che li urge dentro come un mistero. Il mistero della vita. È un rito.

Per Patrizio modellare l’argilla è sentirla viva nelle sue mani. Il nero della terra è il suo colore preferito. Affidare, poi, alla fiamma, alla sua rutilante energia, l’oggetto plasmato, renderlo incandescente, spegnerlo bruscamente avvolto dal fumo, è il momento più alto, esaltante. È l’emozione d’aver dato vita a quella materia povera e nuda, dentro cui il tempo non conta, ma da cui è nato l’uomo. È un momento drammatico, divino.

Cosi Patrizio va, è andato, man mano componendo il suo mondo, e noi lo ammiriamo. Ammiriamo il suo mondo vulcanico e astrale, l’ellissi planetarie dei sui piatti, dei dischi, delle sue arabescate geometriche, dei suoi contenitori, delle sue ciotole, degli intarsi segreti, dei colori argentati e sulfurei… e ci fa tenerezza sapere (da lui) che questa fede, questa febbre, li era già dentro quando (aveva 6 o 7 anni) colorava i vasi della nonna, specialmente quel giallo e quel blu di cui rimane una traccia nella sua arte di oggi.