Raku

Storia e leggenda della ceramica Raku

 

Raku (letteralmente "piacere") è un’antica tecnica ceramica nata nel XVII° secolo in Giappone per mano di Chojiro, ceramista giapponese vissuto nell'epoca Momoyama (XVI sec.), ed è da sempre legata alla produzione di ciotole per la cerimonia del tè (cha-no-yu).

Se si vuole tradurre il pittogramma "raku" il concetto che si avvicina di più è "gioire il giorno".

Opera di Patrizio FranciniSi racconta di un maestro della cerimonia del tè intento ad osservare un ceramista durante la cottura di una enorme quantità di tegole dopo uno dei frequenti terremoti che colpiscono questa zona del mondo.
Vista la necessità di abbreviare i tempi di cottura, il ceramista incominciò ad estrarre le tegole incandescenti dal forno facendole poi raffreddare molto velocemente in un secchio colmo d’acqua.
Al maestro piacquero talmente quegli effetti che si formavano sulla superficie delle tegole, da domandare all’artigiano se fosse disposto a produrre, usando le stesso procedimento, gli oggetti, ciotole, bollitori che si usano durante la cerimonia del tè.
Dopo poche prove il maestro, entusiasta dei risultati ottenuti invitò con molta onorificenza l’artigiano a vivere e lavorare presso la corte di sho-Gun che gli diede il titolo di maestro.

 

La tecnica Raku

 

Con la diffusione del metodo Raku nel mondo occidentale il vincolo con la cerimonia del tè si è perso e la tecnica ha subito profonde trasformazioni.
Nella tecnica tradizionale nulla è lasciato al caso, l'artista segue una precisa sequenza di operazioni che acquistano un carattere quasi rituale.
L’oggetto è sempre eseguito a mano, senza l'ausilio di particolari strumenti: in questo modo le mani possono esprimersi liberamente trasmettendo all'argilla la sensibilità dell'artista.
Patrizio spesso utilizzava un semplice matterello per stendere l’argilla.
Viene poi eseguita una prima cottura "a biscotto".
Si preparano quindi i colori pesando particolari ossidi.
Opera di Patrizio FranciniL'innovazione più importante rispetto alla tecnica tradizionale è quella che prevede una post cottura. È questa una fase molto delicata durante la quale spesso gli oggetti si rompono.
Il pezzo una volta estratto dal forno con delle particolari pinze, viene inserito, per pochi minuti, in un recipiente contenente foglie, paglia, segatura o altro materiale infiammabile.
Tale operazione innesca una combustione che viene subito soffocata dal ceramista, generando un'atmosfera riducente che avvolge il pezzo.
Questo processo determina (in combinazione con gli ossidi dello smalto) particolari effetti e sfumature, spesso unici e casuali.
L'esperto ceramista saprà ripetere di volta in volta la sequenza ed i tempi necessari ad ottenere un determinato effetto.

Il gioire il giorno insito in questo modo di fare ceramica, consiste nell’agire cosciente dell’artigiano che modella un oggetto, lo rifinisce, lo smalta e, al momento della cottura lo affida alla natura e ai suoi elementi terra, aria, fuoco e acqua che lo completano con colori cangianti, piccole crepe ogni volta diverse: è questa imprevedibilità che rende ogni oggetto raku unico ed irripetibile come ogni istante in cui viviamo.